Magia, Teatro e Spettacolo
Come coinvolgere i bambini nello spettacolo sul palco: perché non significa metterlo in imbarazzo
Come coinvolgere i bambini nello spettacolo senza esporli: esperienza, teatro, ascolto e rispetto sul palco.

Quando invito un bambino sul palco durante uno spettacolo, per qualche minuto gli sto affidando una parte della scena.
Può sembrare un gesto semplice: il mago chiede un volontario, una mano si alza, il bambino raggiunge il palco e il numero comincia.
In realtà, dietro quei pochi minuti c’è una delle parti più delicate dello spettacolo.
Lavorando per quasi trent’anni tra magia, teatro e spettacolo dal vivo ho incontrato pubblici molto diversi. Negli anni il mio lavoro si è rivolto sempre di più ai bambini e alle famiglie e questo mi ha insegnato una cosa fondamentale:
coinvolgere un bambino non significa esporlo. Significa accoglierlo dentro lo spettacolo.
La differenza è enorme.

Far ridere con un bambino, non di un bambino
La comicità è una parte importante dei miei spettacoli.
Ma esiste un confine che per me non dovrebbe essere superato: quello tra ridere insieme al bambino e utilizzare il bambino per far ridere gli altri.
Se un oggetto non funziona, posso essere io a non capire perché. Se qualcosa accade alle mie spalle, il bambino può accorgersene prima di me. Se la magia sembra fallire, può essere il mio personaggio a trovarsi in difficoltà.
Il bambino non ha bisogno di diventare quello che sbaglia. Anzi, spesso è molto più interessante costruire esattamente il contrario: il bambino sa qualcosa che il mago non sa.
Il pubblico lo capisce. Il bambino lo capisce. Il mago continua a non capire. La risata nasce dalla situazione e non dall’umiliazione di chi è salito sul palco.
Il bambino non è un assistente di scena
Non considero il bambino che sale sul palco un piccolo assistente incaricato di eseguire correttamente una serie di istruzioni. Non è lì per servire il numero. È il numero che deve essere costruito in modo da funzionare anche attraverso la sua personalità.
Un bambino può essere espansivo e parlare continuamente. Un altro può rispondere soltanto con un cenno. Un altro ancora può voler salire con entusiasmo e poi, una volta davanti a tutti, diventare improvvisamente timido.
Sono tutte reazioni possibili. Non esiste il bambino perfetto per lo spettacolo. Esiste invece la capacità dell’artista di capire chi ha davanti. Ed è qui che teatro ed esperienza diventano importanti quanto la tecnica dell’illusionismo — come nei spettacoli di magia per bambini e ragazzi.

Ogni bambino porta sul palco qualcosa di imprevedibile
Chi lavora con i bambini lo sa. Puoi fare la stessa domanda cento volte e ricevere cento risposte diverse.
A volte arriva esattamente la risposta che immaginavi. Altre volte il bambino racconta qualcosa che non ha apparentemente nulla a che vedere con ciò che stavi facendo. Ed è proprio in quel momento che lo spettacolo dal vivo diventa davvero vivo.
Non credo che la soluzione sia riportare immediatamente il bambino dentro un copione rigido. Bisogna ascoltarlo. A volte quella risposta inattesa può diventare parte della scena. Altre volte bisogna accompagnare gentilmente il racconto verso quello che deve succedere dopo.
Questo non si impara soltanto studiando un gioco di prestigio. Si impara sul palco.
Un bambino deve sempre poter cambiare idea
Ci sono bambini che alzano la mano con entusiasmo. Vogliono assolutamente essere scelti. Poi vengono chiamati, si alzano, raggiungono il palco e scoprono improvvisamente che davanti a loro ci sono decine o centinaia di persone. E cambiano idea.
Va bene così.
Non bisogna convincerli. Non bisogna utilizzare gli applausi degli adulti per spingerli a fare qualcosa che in quel momento non vogliono più fare. E soprattutto non bisogna trasformare il loro rifiuto in una gag.
Si ringrazia il bambino e si sceglie un altro volontario. Lo spettacolo continua. Può sembrare un dettaglio, ma credo che il rispetto del pubblico si misuri soprattutto in momenti come questi.
Sul palco non devono funzionare soltanto i bambini estroversi
Un altro equivoco è pensare che il bambino ideale da coinvolgere sia necessariamente quello che parla più forte, ride di più o vuole stare continuamente al centro dell’attenzione.
Non è così.
Ho visto bambini molto timidi creare momenti bellissimi pronunciando pochissime parole. La partecipazione può essere un gesto. Una scelta. Tenere un oggetto. Pronunciare una parola magica. Indicare qualcosa. Oppure compiere un’azione semplicissima dalla quale sembra dipendere tutto ciò che accadrà dopo.
Non serve trasformare un bambino in un piccolo presentatore televisivo per renderlo protagonista. La scena deve adattarsi al bambino, non il bambino alla scena. È un principio che vivo anche nei laboratori di magia per bambini.

Il vero protagonista può diventare proprio il bambino
Una delle possibilità più interessanti offerte dalla magia è ribaltare i ruoli.
Normalmente il pubblico pensa che sia il mago a possedere il potere. Ma cosa succede se, per qualche minuto, sembra che sia il bambino a far accadere l’impossibile?
Può essere lui a pronunciare la parola decisiva. Può essere una sua scelta a determinare ciò che accadrà. Può essere lui ad accorgersi di qualcosa che il mago continua ostinatamente a non vedere.
Il bambino non conosce necessariamente il segreto dell’illusione. Non ne ha bisogno. Dal suo punto di vista sta vivendo lo stesso mistero del pubblico, ma da una posizione completamente diversa. È dentro la storia.
Ed è proprio questo che cerco nei miei spettacoli: non avere semplicemente qualcuno accanto a me sul palco, ma far percepire a quel bambino che senza di lui quella scena non sarebbe potuta accadere nello stesso modo.
Il teatro mi ha insegnato che la magia non basta
Il mio percorso non è nato soltanto dall’illusionismo. La formazione teatrale e gli anni trascorsi sul palco hanno progressivamente modificato anche il mio modo di intendere la magia.
Conoscere tecnicamente un effetto è fondamentale. Ma sapere quando fermarsi, quando aspettare una risposta, quando lasciare spazio a una reazione e quando rinunciare a una battuta appartiene a un altro livello del mestiere.
Negli anni ho costruito spettacoli nei quali personaggi, comicità, narrazione e illusionismo convivono all’interno della stessa storia — un percorso tra teatro e illusionismo che continua a evolversi. La partecipazione dei bambini fa parte dello stesso processo. Non è un’interruzione dello spettacolo. È spettacolo.

Il festeggiato non deve essere obbligato a diventare protagonista
Questo principio diventa particolarmente importante nelle feste di compleanno. È naturale pensare che il festeggiato debba essere coinvolto in un momento speciale. E spesso è bellissimo farlo.
Ma essere il festeggiato non significa automaticamente desiderare di stare da soli davanti a tutti. Alcuni bambini aspettano quel momento dall’inizio dello spettacolo. Altri preferiscono rimanere accanto agli amici.
Anche qui non dovrebbe esistere una regola rigida. L’obiettivo non è poter dire ai genitori: «Abbiamo fatto salire il festeggiato». L’obiettivo è che quel bambino conservi un bel ricordo della propria festa — lo stesso rispetto che guida i spettacoli di magia per feste di compleanno. Sono due cose molto diverse.
Anche il pubblico deve sentirsi parte di ciò che accade
Partecipazione, inoltre, non significa necessariamente portare continuamente bambini sul palco.
Uno spettacolo può coinvolgere cento persone anche quando soltanto una è accanto all’artista. Gli altri bambini possono sapere qualcosa che il mago ignora. Possono rispondere insieme. Possono aiutare il protagonista. Possono diventare complici di quello che sta succedendo.
Nei miei spettacoli cerco da anni proprio questo rapporto — anche negli spettacoli di magia per scuole. Il pubblico non dovrebbe essere semplicemente una platea davanti alla quale vengono mostrati degli effetti. Deve avere la sensazione che la storia stia accadendo anche grazie alla sua presenza.
È una delle ragioni per cui, nel tempo, la mia magia è diventata sempre più legata al teatro, ai personaggi e alla narrazione.

Quasi trent’anni dopo, continuo a non sapere esattamente cosa dirà un bambino
Ed è una delle cose che amo dello spettacolo dal vivo.
Puoi conoscere perfettamente il tuo spettacolo. Puoi aver preparato ogni oggetto. Puoi sapere dove deve arrivare una scena. Ma non puoi sapere esattamente cosa farà un bambino quando entrerà dentro quella scena.
Ed è giusto così.
Dalla fine degli anni Novanta a oggi il mio modo di fare spettacolo è cambiato molte volte. Sono cambiati i personaggi, le produzioni, i palchi e anche io.
Quello che continua ad affascinarmi è proprio quell’istante nel quale qualcosa che hai costruito e provato incontra una persona che non conosce il copione. È lì che bisogna smettere per qualche secondo di eseguire e iniziare ad ascoltare.
Coinvolgere significa assumersi una responsabilità
Quando un adulto sale su un palco conosce generalmente le regole implicite dello spettacolo. Un bambino no. È l’artista ad avere più esperienza, più strumenti e il controllo della situazione. Per questo credo che la responsabilità sia sua.
Se una scena non funziona, non è colpa del bambino. Se il bambino è timido, non è un problema da correggere. Se dà una risposta imprevedibile, non ha sbagliato battuta. Se non vuole più partecipare, non deve farlo.
Dopo tanti anni sul palco, la conclusione alla quale sono arrivato è molto semplice:
un bambino non dovrebbe mai uscire da uno spettacolo ricordando di essere stato messo in difficoltà davanti agli altri.
Vorrei che ricordasse qualcos’altro. Che per alcuni minuti è entrato in una storia. Che gli altri bambini facevano il tifo per lui. Che qualcosa di impossibile è successo proprio mentre teneva quell’oggetto tra le mani.
E magari, tornando al suo posto, avere ancora per qualche secondo un piccolo dubbio:
«E se quella magia l’avessi fatta davvero io?»